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24 aprile 2026

"Io sono confine / I am border"


L'arte come strumento di ricerca sociale sul fenomeno migratorio

Il volume Io sono confine / I am border di Antonino Milotta (Castelvecchi, 2026) si offre come resoconto di una complessa ricerca dottorale condotta presso l’Università di Genova che elegge l'esposizione artistica a "dispositivo di ricerca sociale". Il libro documenta l’omonima mostra tenutasi a Genova (Palazzo Grillo) tra il marzo e l’aprile 2023, ma lo fa attraverso una lente che interseca estetica, sociologia visuale ed etnografia.

L’opera di Milotta si muove lungo il confine - fisico e teorico - tra la produzione artistica e l'indagine scientifica. L'autore rivendica per l'artista il ruolo di "ricercatore visuale", capace di utilizzare il linguaggio dei sensi per arrivare dove la sociologia tradizionale a volte si ferma. Citando il sociologo Abdelmalek Sayad, Milotta attribuisce all'arte una "funzione specchio", ovvero: "l’occasione privilegiata che la migrazione costituisce per rendere palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare".

Il cuore teorico del libro, arricchito dalla prefazione dell'antropologo Shahram Khosravi, esplora la natura violenta e trasformativa delle barriere. Khosravi scrive parole durissime sull'essenza della frontiera: "L’orrore essenziale è il confine. Il confine trasforma la terra in territorio, le persone in migranti, i vicini in stranieri, il colore in razza e i corpi in merci". Il volume analizza come il confine non sia solo una linea geografica, ma qualcosa che si "percepisce" attraverso i sensi (il sapore del sale marino, il tocco della polizia), e che quindi necessiti di un linguaggio poetico e di una "immaginazione radicale" per essere raccontato e decostruito.

Io sono confine dettaglia il percorso espositivo che ha coinvolto 28 artiste e artisti legati al contesto italiano, mappando temi come il lavoro, il corpo, il colonialismo e l'attraversamento irregolare. Tra le opere analizzate spiccano lavori come il video Centro di permanenza temporanea di Adrian Paci o l'installazione Nero sangue di Binta Diaw, dedicata allo sfruttamento dei braccianti nei campi di pomodori. Particolare rilievo viene dato alle "Opere-soglia", lavori non direttamente legati alla migrazione ma usati come incursioni poetiche per ridiscutere la "labilità dei confini".

Un elemento di distinzione del libro è la sezione dedicata all'analisi dei dati. Milotta ha raccolto quasi 1.000 questionari dai visitatori per misurare l'impatto della mostra. La ricerca rivela come l'arte possa generare una "diversa consapevolezza sul tema migratorio, rispetto alle narrazioni mainstream". Dai dati emerge che le opere più apprezzate sono state quelle capaci di una comunicazione immediata e intuitiva, a dimostrazione che l’esperienza estetica può diventare uno strumento di "sociologia pubblica".

Il volume si chiude con la riflessione di Iain Chambers sulla necessità di smontare le premesse delle nostre narrazioni. L’immagine artistica è intesa come una "piega nel tempo, che inevitabilmente interpella i regimi di verità esistenti". In definitiva, Io sono confine è uno strumento utile per chi si occupa di integrazione e politiche migratorie, poiché suggerisce che per comprendere il fenomeno non bastano i dati statistici, ma occorre uno spostamento dello sguardo che solo l'arte, con la sua "opacità e ambiguità", può innescare.

 

 

         



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