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23 febbraio 2026

Straniero 1 nuovo assunto su 4


Il numero di ingressi previsti è più che raddoppiato in 7 anni. Il report della CGIA Mestre

 

Cresce a ritmo sostenuto la presenza di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro italiano. Nel 2025 le assunzioni previste di immigrati sfiorano quota 1 milione e 360mila, pari al 23 per cento del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Il balzo rispetto al periodo pre-Covid è netto. Confrontando i dati con il 2019, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato.

L’incidenza varia molto a seconda dei settori. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda stranieri (42,9 per cento). Quote elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8 per cento) e nelle costruzioni (33,6 per cento), mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7 per cento. Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri. Seguono i servizi di pulizia con 137.330 lavoratori e l’agricoltura con 105.540. Sono queste le principali evidenze emerse nel report settimanale elaborato dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre.

Secondo una elaborazione effettuata dalla Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Italia sono poco meno di 2,2 milioni e le regioni dove l’incidenza percentuale sul totale lavoratori dipendenti è più elevata sono l’Emilia Romagna (17,4 per cento), la Toscana e la Lombardia (entrambe con il 16,6).

I dati mostrano chiaramente che il contributo degli stranieri è fondamentale per l’equilibrio demografico, produttivo e previdenziale del Paese. Il primo nodo è demografico. L’Italia sta invecchiando rapidamente e nascono sempre meno bambini. Questo significa meno persone in età da lavoro e più pensionati da sostenere. I lavoratori stranieri aiutano a colmare questo vuoto, ampliando la forza lavoro e rendendo più sostenibile il sistema economico e il welfare. Senza il loro apporto, il peso sulle generazioni attive sarebbe ancora maggiore. 

Riguardo ai settori produttivi, l’Ufficio studi della CGIA sottolinea che molti stranieri lavorano in ambiti dove scarseggia la manodopera italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani. In molte zone del Paese, queste attività andrebbero in difficoltà senza di loro. Non si tratta quindi di una sostituzione dei lavoratori italiani, ma di una presenza che copre posti che spesso resterebbero scoperti. Un altro aspetto poco discusso riguarda i conti pubblici. I lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. Il risultato è un saldo positivo: versano più di quanto ricevono, contribuendo a sostenere il sistema previdenziale, in termini di liquidità disponibile.

Infine, c’è il tema dell’iniziativa economica. Crescono le imprese avviate da cittadini immigrati, che creano occupazione e, molto spesso, aiutano a rivitalizzare quartieri e territori in difficoltà. Nel complesso, conclude la CGIA i lavoratori stranieri non sono un’aggiunta accessoria, ma una componente essenziale dell’economia italiana. Investire in integrazione, regolarizzazione e formazione non è solo una scelta sociale: è una necessità economica per il futuro del Paese…

Fonte: CGIA Mestre