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22 novembre 2022

"Superare le barriere culturali per favorire una sana interazione"


La parola allo scrittore e poeta Cheikh Tidiane Gaye

L’Europa si è costruita grazie all’incontro di altri popoli. L’industrializzazione dei paesi occidentali continua a favorire un enorme e importante flusso migratorio. E dall’altra parte, ci sono le guerre, la povertà, ribellioni, i colpi di Stato che sono all’origine dello spostamento massivo. Tale fenomeno potrebbe essere all’origine di una crepa profonda che diventa il punto centrale di rilevante confronto sui temi legati all’inclusione e alla discriminazione. Si preferisce ricevere merci che accogliere esseri umani: il primo garantisce la sopravvivenza mentre nel secondo caso lo straniero viene percepito come diverso Bisogna prendere in considerazione la questione del diverso che non viene ben accolto, la cui presenza non è ben gradita. Da questa conflittualità emergono tante riflessioni.

La prima riflessione che ha una notevole impronta è storica. Il nostro paese, l’Italia, è il paese simbolo dell’Impero Romano la cui eredità si manifesta in tutti i settori della vita pubblica: il diritto, l’arte, la letteratura, l’urbanistica, la cultura in generale, nell’accezione connessa come conoscenza. A dover approfondire questo punto storico, possiamo evidenziare una notevole differenza tra la civiltà romana e quella greca: la prima aveva la forte propensione a favorire l’inclusione attraverso la concessione della cittadinanza – con l’editto di Caracalla –, mentre la politica greca tendeva a dividere i cittadini mantenendo separata la popolazione in cittadini greci autoctoni da una parte e stranieri da un’altra, considerati quest’ultimi barbari, o meglio coloro che non parlano il greco. Questa differenza notevole è la vera ragione che sta alla base del successo dell’Impero Romano, la cui cultura dell’uguaglianza era il pilastro di ogni visione, di una vera politica di “integrazione comunitaria”, o meglio uno dei segmenti più rilevanti per garantire una società equa, ricca e solidale. È sufficiente rilevare nella lingua latina, «la parola hostis all’origine designava non il «nemico» e neppure lo «straniero in generale», ma a differenza del peregrinus, «forestiero» – «lo straniero con diritti simili al civis»; e quando hostis passerà all’accezione di «straniero ostile, nemico», allora sarà hospes…»[1] La cultura romana, che noi moderni consideriamo antica, è ricca di insegnamenti. Gli stessi Romani avevano già accolto il principio dell’alterità che mette in luce il sé e l’altro, l’altro che è parte intrinseca del nostro essere e senza il quale noi non saremmo. Secondo questo principio fondamentale, l’altro non può essere visto come un nemico, ma come quel soggetto presente in grado di partecipare, di dare e di ricevere di cui ci parla il presidente-poeta, Leopold Sedar Senghor[2]. La bella lezione degli antichi Romani diventa sacra, o meglio un arcano che regge fondamentalmente l’umanesimo latino e tale humanitas sorge insegnandoci che i barbari sono lontani dall’essere il problema, ma possono a tutti gli effetti essere la soluzione dei nostri problemi. «S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / era una soluzione, quella gente» [3].

La questione dei pregiudizi, che nasce dall’ignoranza, può essere risolta tramite l’alterità, ovvero la consapevolezza di accettare l’altro appartenente a una cultura e a una civiltà diversa, e ricordando che il suo contributo potrebbe essere utile all’ambiente in cui vive in primis, e in secondo luogo all’umanità intera. Possiamo ricordare la forza della missione importante di Cristo, una lezione di grande umanità, sceso a parlare all’Uomo senza distinzione di colore della pelle, della lingua, ecc. François Jullien ci insegna, nella sua famosa opera L’universale e il Comune, dialogo tra le culture, che la religione cristiana è stata universale sulla base di tre pratiche, a opera di Paolo di Tarso: «Predicando la follia della Croce, San Paolo promuove l’universale in almeno tre diverse maniere: affrancando esplicitamente da ogni appartenenza (al contesto sociale, alla lingua, alla comunità); obbligando a superare nel modo più radicale qualsiasi divisione (tra ebrei e greci, tra eletti ed esclusi, ecc.) e, infine, costringendo ciascuno a vuotarsi di ogni pienezza individualizzante – sia essa d’opinione o di posizione – per accedere alla povertà interiore richiesta dalla fede.»[4]. L’ultimo punto dovrebbe illuminare chiunque, perché insegna a evitare di sentirsi superiore agli altri, di appartenere a una cultura superiore o a una religione più importante delle altre. Il senso di vivere in un paese diverso dalla terra di appartenenza è importante. Bisogna, però, imparare a non sentirsi straniero ma cittadino attivo pronto a dare, contribuire e a ricevere, favorendo uno scambio ricco. È solo in questo modo che si può contribuire. Il secondo principio su cui è importante riflettere è la questione dell’identità. In qualsiasi momento in cui si fa riferimento a questo lemma, si crea un ripiegamento su sé stesso innalzando un muro, non consentendo un vero scambio. Questo muro è all’origine delle divisioni, delle categorizzazioni e delle classificazioni che, purtroppo, le società moderne vivono e che sono in grado di provocare il conflitto di civiltà. «È la nostra comune appartenenza al genere umano a essere messa gravemente in discussione ogni volta che le innumerevoli divisioni esistenti nel mondo vengono unificate in un sistema di classificazione spacciato per dominante, che suddivide le persone sulla base della religione, della comunità, della cultura, della nazione, della civiltà […]».[5] Questo muro impedisce a chiunque di spostarsi; e lo spostamento è la vera natura umana: il confine da oltrepassare, il fine da raggiungere, la fine da patire. L’uomo è per essenza l’essere del confine. E il grande viaggio è la nascita e la mortalità, ovvero quando ci accoglie l’umanità e quando la terra ci riprenderà. Da qui, diciamo che siamo tutti uguali, abbiamo lo stesso destino. Perché respingere?  Allora è giunto il momento di intelligere, ovvero capire per tornare a essere l’humus, l’Uomo che siamo nato per viaggiare, interrogarsi su tutto ciò che incontra nel suo cammino e allo stesso modo trovare le risposte.

Se l’eurocentrismo ha rifiutato di aprire le sacre pagine dell’umanesimo romano, dobbiamo ritenere oggi che il pensiero eurocentrico è alla base di tutti i problemi che il mondo intero sta vivendo. È difficile intavolare discussioni sulle grandi questioni dell’immigrazione quando l’Occidente parte già pensando di aver ragione, di sentirsi superiore culturalmente. Dobbiamo accettare la nascita di una rivoluzione sociale effettuata da nuovi popoli: un’orda di uccelli che vive in Occidente pronta a scrivere le future pagine della storia del vecchio continente. Nessun popolo può da solo scrivere la storia dell’umanità. Allora occorre abbattere i muri, farli crollare, a viso aperto confrontarsi e seppellire le paure. Se la paura risulta un coefficiente che porta a dividere, l’elemento in grado di favorire una sana convivenza è il dialogo. Dall’etimologia, vi è la possibilità di mettere in epochè il proprio pensiero e allo stesso tempo di capire quello dell’altro per arrivare a una sintesi condivisa. Il vero dialogo è arrivare a costruire un discorso comune (dia-logos) per creare delle matrici utili a ciascuno.

Infine, ci si confronta sul tema del linguaggio. Siamo gli animali privilegiati, in quanto per via di un sistema ben codificato riusciamo a costruire enunciati in grado di conservare le nostre emozioni, i nostri sentimenti.  Tornare a curare il nostro linguaggio è sacrosanto per rivestire il nostro status umano, in grado di usare in un modo efficiente la ragione.  Se l’ecologia ambientale è diventata oggi pilastro nella politica, dobbiamo pensare che serve anche una cura ecologica linguistica: ragionare bene, parlare in maniera adeguata fino a seppellire ambiguità e volgarità. Per garantire una sana convivenza, abbiamo bisogno di una cura del nostro linguaggio. A questo punto, la politica non può stare a guardare. Oggi molti discorsi appartengono alla stesura diabolica, quindi parole che dividono; invece, serve un linguaggio simbolico che parta dal costrutto della ragione offrendo parole che uniscono. Non si risolve l’immigrazione, offendendo, ma serve una retorica ragionata che dia rispetto, dignità.  Occorre una grammatica dell’interazione, unnuovo paradigma sul tema dell’immigrazione. Noi moderni dobbiamo rivisitare il vissuto degli Antichi. È più che urgente la stesura di una civiltà pienamente umana che si può fare solo attraverso il rispetto, la ragione, la libertà e l’azione. Agire dovrebbe essere il verbo da coniugare per favorire l’uguaglianza e la fratellanza. 


Cheikh Tidiane Gaye
Presidente Accademia Internazionale Leopold Sedar Senghor


Tratto da Rapporto Immigrazione 2023 - Liberi di scegliere se migrare o restare, Tau Editrice Srl, Todi, 2023, pp 204-208, ISBN: 979-12-5975-326-7, Ottobre 2023.
 




 

[1] Ivano Dionigi, Osa sapere, contro la paura e l’ignoranza, Solferino, Milano, 2019, p. 25.

[2] Primo Presidente della Repubblica del Senegal dal 1960 al 1980. Grande poeta e letterato, primo nero ad accedere all’Accademia Francese.

[3] Ivi, pp. 27-28.

[4] Cheikh Tidiane Gaye, Voglia di meticciato, dialogo tra le culture ed etica, Kanaga Edizioni, Arcore, 2022, p.78.

[5] Sen Amartya, Da identità e violenza, Roma Bari, Laterza, 2006, pp. IX-XI.


 

 

         



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