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Caporalato e sfruttamento lavorativo. I dati

 

I lavoratori stranieri occupano una posizione rilevante nel mercato del lavoro italiano. Secondo i dati ISTAT-RFL, nel 2024 essi rappresentavano il 10,9% degli occupati di 15 anni e oltre. Tuttavia, fattori come la limitata conoscenza della normativa lavorativa e degli strumenti di tutela, la precarietà della condizione giuridica, condizioni abitative inadeguate o la distanza dai luoghi di lavoro possono accrescere la loro vulnerabilità, rendendoli un potenziale bacino per impieghi sottopagati e poco qualificati.

La distribuzione dei lavoratori migranti nei diversi settori evidenzia una forte segmentazione del mercato del lavoro, con una concentrazione in specifici ambiti. Quasi un terzo (30,9%) degli occupati negli altri servizi pubblici, sociali e alle persone è costituito da cittadini stranieri (di cui il 22,4% proveniente da Paesi extra UE). Una presenza significativa si riscontra anche nel settore ricettivo e della ristorazione, dove il 18,5% degli occupati è di origine straniera (14,7% extra UE), così come nel settore primario (20% stranieri, di cui 14,9% extra UE) e nelle costruzioni (16,9% stranieri, con il 10,5% non comunitari).

I comparti con una maggiore incidenza di manodopera straniera sono anche quelli più esposti a distorsioni nei rapporti di lavoro, caratterizzati da elevati livelli di irregolarità e lavoro sommerso. In Italia, secondo ISTAT, il tasso complessivo di irregolarità è pari al 12,7%, ma raggiunge il 24,4% nei servizi di alloggio e ristorazione, il 17,6% nel settore agricolo e il 55,4% nel lavoro domestico e di cura[1].

Un’analisi del peso dell’economia sommersa mostra andamenti analoghi: i settori con la maggiore incidenza sono gli altri servizi alle persone, dove il sommerso rappresenta il 32,4% del valore aggiunto, seguiti da commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,8%) e costruzioni (16,5%).

 

Una parte consistente di questa forza lavoro viene impiegata in modo irregolare, soprattutto nel settore agricolo, attraverso il cosiddetto “sistema del caporalato”. Con questo termine si indica l’intermediazione illegale nella selezione, nel reclutamento e nell’organizzazione della manodopera, spesso accompagnata da forme di sfruttamento lavorativo, prevalentemente in agricoltura. Tale sistema tende a diffondersi quando vi è una marcata distanza tra le aziende agricole e i lavoratori in cerca di impiego, oppure quando l’organizzazione del lavoro in squadre risulta particolarmente complessa. In questi contesti, il caporalato finisce spesso per configurarsi come l’unico meccanismo in grado di colmare il divario strutturale tra domanda e offerta di lavoro.

[1] https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it/dw/categories/IT1,DATAWAREHOUSE,1.0/UP_ACC_ANNUAL/UP_DCCN_OCCNSEC2010/IT1,92_507_DF_DCCN_OCCNSEC2010_2,1.0